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SINFONIA D’INVERNO.
Quella notte sembrava che tutta la neve del Natale si fosse data appuntamento lì, sulla piatta landa alla periferia del paesino.
Erano scomparsi i sentieri e chiunque avrebbe perso l’orientamento nella fitta nebbia che circondava la casupola di mattoni rosati dal tempo.
Un fil di fumo intirizzito si alzava dal camino.
Solo lui pareva vivo.
Ma, a ben guardare, dalla finestrella posta a sud, s’irraggiava la fiammella di una lucerna, indaffarata a illuminare l’esigua stanza ove si agitavano un vecchio contadino e la moglie Ortensia.
Preoccupati, raccoglievano gli ultimi rametti per incoraggiare il fuoco. Esaurita la legna, anche i cartocci imbottiti di foglie secche s’erano involati insieme al poco calore.
Restava giusto quel po’ di paglia dei materassi e un vecchio libro di fiabe, con l’inchiostro ingrigito dallo scorrere delle dita.
E poi, nell’angolo buio, un violino.
Senza archetto, oramai era l’inutile memoria di gioventù dell’uomo: anch’esso divenuto buono per riscaldarsi.
Così, a malincuore, il vecchio lo depose sulla brace.
E fu un momento.
Dalle logore corde uscirono lamenti armoniosi, seguito da un ardente arpeggio che risvegliò le scintille curiose; alimentate dalla melodia incalzante, divennero allegre vampate danzanti.
Incitandosi l’un l’altra gareggiavano, ondeggiando inesauribili, prese com’erano dalla musica d’addio.
Anche i due anziani, pur negli acciacchi, ballavano a girotondo e ridevano sdentati, come fanciulli.
Sorrisero al figlio la mattina; egli li trovò abbracciati sul letto, stanchi, ma ancora divertiti, mentre le ultime fiammelle svanivano le curve del violino.